Il fideiussore può essere consumatore? La Corte di Giustizia dice si!

Sembra una domanda tecnica e rivolta ai soli operatori del diritto ma, invero, riguarda tantissimi soggetti che sempre più spesso vengono chiamati a prestare garanzie (o fideiussioni) a favore delle attività imprenditoriali di familiari, figli, parenti, conviventi, etc.. Capita molto frequentemente nella prassi che, a garanzia del credito per attività professionali, vengano richieste garanzie a soggetti estranei all’attività e al rischio commerciale. Ma questi soggetti, di fatto estranei all’attività professionale, possono essere considerati come consumatori e beneficiare delle tutele speciali previste nel Codice del consumo?

Secondo la posizione tradizionalmente assunta dalla giurisprudenza nazionale, la risposta è negativa. Il fideiussore acquisisce la posizione contrattuale speculare alla parte del rapporto principale (c.d. teoria del professionista di riflesso). Per valutare la qualità di consumatore si deve fare riferimento all’obbligazione garantita (rapporto principale) non rilevando la qualità soggettiva del contraente nell’ambito del rapporto accessorio. Seguendo quest’impostazione, se il rapporto principale riguarda contratti stipulati nell’ambito dell’attività imprenditoriale o professionale, il fideiussore assume di riflesso la posizione di professionista. Di conseguenza, quest’ultimo non potrà invocare le tutele previste per il “consumatore” (Cass. 24846/2016; Cass. n. 16827/2016; Cass. 25212/2011).

Questa impostazione non è condivisa da una parte della giurisprudenza di merito che si sofferma sull’elemento soggettivo della definizione di consumatore così come indicato dall’art. 3 del Codice del Consumo: si intende per consumatore o utente la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale, o professionale eventualmente svolta.

In quest’ottica, la qualità di consumatore non dev’essere valutata con riferimento all’oggetto del contratto stipulato, ma con riferimento allo scopo e alla qualità dei contraenti e, in particolare, alla circostanza che essi abbiano agito o meno nell’ambito della loro attività professionale (Tribunale di Reggio Emilia Sez. II, Sent. 23.02.2016 e in senso conforme A.b.f. Roma, n. 4109/2013).

Questa interpretazione ha trovato recentemente importanti conferme da parte della Corte di Giustizia che si è espressa sulla Direttiva comunitaria (93/13/CEE) recepita nel Codice del consumo.

Queste decisioni riguardano contratti che erano stati stipulati dai familiari di alcuni imprenditori a garanzia di un rapporto contrattuale principale tra professionisti (impresa e istituti di credito). I familiari degli imprenditori richiedevano al giudicante di essere qualificati come “consumatori”, in quanto estranei alla attività imprenditoriale, e di poter beneficiare delle speciali tutele previste contro le clausole “abusive”.

Con le due pronunce (C 74-15 ordinanza del 19/10/2015; C 534-15 ordinanza del 14 settembre 2016) la Corte di Giustizia Europea aderisce alla seconda interpretazione. Secondo la CGEU: gli articoli 1, paragrafo 1, e 2, lettera b), della direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, devono essere interpretati nel senso che tale direttiva può essere applicata a un contratto di garanzia immobiliare o di fideiussione stipulato tra una persona fisica e un ente creditizio al fine di garantire le obbligazioni che una società commerciale ha contratto nei confronti di detto ente in base a un contratto di credito, quando tale persona fisica ha agito per scopi che esulano dalla sua attività professionale e non ha alcun collegamento di natura funzionale con la suddetta società.

In considerazione dell’alto valore ermeneutico di tali pronuce, tenuto conto che si tratta di una normativa di matrice comunitaria recepita dal diritto interno, sarà la giurisprudenza nazionale a dover confermare l’interpretazione tradizionale o recepire la “nuova” impostazione suggerita dalla CGEU.

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